I futuristi italiani a Milano

Posted by milanblogger | milano | Wednesday 23 December 2009 11:48 am

Volevano bruciare i musei, le biblioteche e scendere in strada a fare rumore, recitare poesie senza senso, dichiarando la loro rottura con il passato. Erano i futuristi italiani, guidati dal poeta fascista Filippo Tommaso Marinetti, un personaggio dell’epoca moderna e del cambio industriale degli inizi del secolo XX. Per i futuristi le macchine e il movimento erano i simboli del progresso e del nuovo che rinunciava a ogni altro elemento accademico e che potesse ricordare il passato. L’arte futurista era, tra i movimenti artistici dell’avanguardia, forse il più violento e rivoluzionario.

umberto-boccioni

“Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità ». si dichiarava nel primo punto del Manifesto Futurista pubblicato nel giornale francese Le Figaro , nel 1909. Artisti come Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo e Gino Severini furono tra i più attivi sullo scenario futurista. Adoravano dipingere automobili, movimenti urbani, cavalli. L’introduzione dell’elettricità, del telefono, degli aerei e del cinema, aveva infatti cambiato la visione della bellezza : quest’ultima era diventata sinonimo di velocità e industrializzazione.

Queste tematiche dominavano la pittura, fatta di colori violenti, dove predominava la pennellata decisa e dinamica dell’artista, la vivacità della città rappresentata senza i punti di riferimento di uno spazio determinato e carica di elementi. L’arte diventa l’eco della relazione tra l’essere umano e la città.

La scultura di Umberto Boccioni, Forme Uniche della Continuità nello Spazio (1913), è una delle opere più rappresentative del futurismo: vi è evidente la ricerca del movimento della forma e della potenza della forza, così amata dai futuristi. Oggi la possiamo vedere anche sulla moneta di venti centesimi dell’Euro italiano.
La letteratura, l’architettura, la pubblicità, la musica, il cinema e altre forme d’arte espressero questo nuovo spirito e modo do vedere il mondo. I poeti non scrivevano poesie fatte di versi rimati, ma serie di onomatopee che venivano recitate ad alta voce, in varie lingue contemporaneamente, creando in questo modo un caos sonoro: si voleva così reinventare il linguaggio trasformandolo in un atto guerriero nazionalista.

Antonio Sant’Elia e Mario Chiattone proposero, nel 1914, anno in cui il movimento si esaurì, i primi disegni di una città moderna e il Manifesto dell’architettura futurista. Si trattava di un progetto per una città ideale, utopica, la Città Nuova. Si propugnano le strutture di ferro e vetro, le stazioni ferroviarie, gli aeroporti, le centrali elettriche, gli ascensori ecc. Tutti questi elementi erano, secondo i futuristi, simboli di un ringiovanimento del mondo.

Lo spirito futurista ebbe una notevole influenza su altri movimenti come per esempio il Dadaismo o il Costruttivismo. Marcel Duchamp s’ispirò nel termine tabula rasa, un’espressione latina che significa non tenere in conto il passato, essere completamente ignorante, ripulire il tavolo da tutto quello che è stato scritto, creato prima.

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